Misteri 2012
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Ufo e il mare

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Messaggio Da Alaudae Sab 1 Ago - 12:39:07

.....il 50% degli incontri con gli ufo (uso) è connesso con gli oceani.
15% in più con i laghi.
quindi gli uso tendono a mantenere l'acqua...dice Vladimir Azhazha, ufficiale della marina russa ed esperto ricercatore, in varie occasioni gli strumenti rilevarono oggetti che si muovevano a circa 230 nodi, 400kmh, è come se gli oggetti sfidassero le leggi della fisica. *
appaiono dove ci sono concentrazioni di forze NATO: Bahamas, Bermuda, Portorico.
secondo alcuni ricercatori nella zona di Portorico esisterebbe una loro base sottomarina......

fonte: Enrico Baccarini ENIGMA

* a questo riguardo ci sarebbe, anzi c'è, un'altra teoria
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Messaggio Da cristian Sab 1 Ago - 16:00:24

POSSIBILE SOPRATUTTO NEL TRIANGOLO DELLE BERMUDA NON MI STUPIREI!!!!!
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Messaggio Da Ospite Dom 2 Ago - 20:01:38

Uuuu
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Messaggio Da Ospite Ven 21 Set - 12:27:42

lo posto qui questo articolo di Gianni Lannes

GLI UFO NEL MARE


Non c'è nulla di più libero e più romantico di un marinaio. Non c’è nulla di più intenso della salsedine che si insinua tra le rughe della pelle tostata dal sole e rende inconfondibile l’odore di un lavoratore che solca giorno e notte il grande blu. Ma in mare spesso si muore per cause avulse dall'attività lavorativa e prevale l’oblio umano, quando non il segreto deliberato. Accade soprattutto in Italia in ragione dei giochi di guerra della Nato. A farne le spese, a causa di questa mancanza di sovranità verso il potente alleato-padrone, uomini pacifici e barche da pesca.

Miti e misteri della nostra epoca che sconfinano addirittura nell'esoterismo. Oggetti sommersi ben noti alle autorità, ma dimenticati o sottoposti a segreto militare e di Stato perché affondati da sommergibili Usa. Sovente il governo dello Zio Sam ha risarcito le vittime occasionali chiedendo in cambio il silenzio circa la reale natura degli “incidenti”.
Emblematico il caso del peschereccio Cosimo II di Gallipoli trascinato sul fondo senza tanti complimenti da un'unità nordamericana, o del Sirio, agganciato due volte da un sommergibile Usa e quasi affondato e di altre unità da pesca delle marinerie toscane, siciliane e calabresi. Il Francesco Padre non è l’unica barca italiana colata a picco dall'Alleanza atlantica (4 novembre 1994). A bordo della barca molfettese comandata dal capitano Giovanni Pansini (45 anni), c'erano altri 4 uomini ed il cane Leone.
Nell'elenco dei dispersi e mai più tornati alle proprie famiglie, ai propri cari, alle mogli, ai figli c'è anche la motobarca Angelo Padre di Giulianova, inabissata 30 anni fa nell'Adriatico, a circa 90 metri di profondità. Scomparvero tra i flutti in circostanze nebulose tre persone, compreso un ragazzo di 19 anni. Il battello fu individuato, ma stranamente i corpi non sono mai stati recuperati.

Atti parlamentari - La prima interrogazione (numero 4-14128) al ministro della marina mercantile reca la data del 21 marzo 1983. I deputati Di Giovanni e Susi, premesso che «tra il 4 e il 5 aprile 1982 il peschereccio Angelo Padre di Giulianova è affondato, per cause non ancora accertate, a circa 34 miglia dalla costa giuliese; nella sciagura hanno perso la vita i pescatori Nicola Gualà, Giuseppe Gualà e Gabriele Marchetti (…) la prefettura di Teramo è stata interessata alla vicenda anche per il grave malcontento esistente tra i pescatori e i cittadini in relazione alle difficoltà incontrate per le operazioni di soccorso (…) quali interventi intende promuovere e quali misure di aiuto finanziario intende assicurare per favorire le operazioni di ispezione del relitto e di recupero delle salme».
Anche Falco Accame, già ammiraglio e presidente della Commissione Difesa nel corso dell'ottava legislatura aveva chiesto ufficialmente lumi al ministro Di Giesi. Nell'interrogazione (4-14016) del 12 luglio 1983 si legge: «Per conoscere in relazione alle notizie concernenti l'affondamento, avvenuto in Adriatico, all'altezza di Giulianova, presumibilmente il giorno 7 aprile 1982, del peschereccio Angelo Padre, con tre persone a bordo: da quale porto era partito ed in quale data, in quale area avrebbe dovuto effettuare operazioni di pesca, in quale ed in quale data sarebbe dovuto rientrare; quali siano state le condizioni meteo-marine, ivi incluse quelle di visibilità, a cavallo del periodo di presumibile affondamento; come sia stata avviata la relativa operazione di soccorso, in quale momento essa abbia avuto inizio e per quanto si sia protratta; quale sia stata l'autorità coordinatrice dell'operazione e quali ne siano stati i risultati; quale riscontro in fatti concreti e in testimonianze dirette trovino le notizie secondo le quali il peschereccio sarebbe affondato a seguito della collisione con unità mercantile».

Scaricabarile - Il ministro Di Giesi fornì una risposta fotocopia ad entrambe le istanze in burocratese agghiacciante: «L'8 aprile 1982 a seguito di una segnalazione dell'armatore del motopeschereccio Angelo Padre, l'ufficio locale marittimo di Giulianova (Teramo) provvide ad interessare le capitanerie di porto dle litorale e tutti i motopescherecci in navigazione al fine di iniziare le operazioni di ricerca del predetto battello, non rientrato in porto. Le operazioni di ricerca e soccorso furono poi coordinate dal dipartimento marittimo di Ancona, il quale fece intervenire, oltre ai mezzi navali delle capitanerie di porto, anche elicotteri HH-3F del quindicesimo stormo di Ciampino (Roma) e del centro SAR (search and rescue) di Rimini. Dette operazioni, iniziate il giorno 10 aprile 1982, si protrassero per tutto il giorno 9 aprile 1982, ma con esito negativo, anche per le pessime condizioni di visibilità della zona interessata dalle ricerche».

Avete letto bene, non è un refuso di stampa: nel testo ufficiale è scritto che le ricerche iniziarono il 10 aprile e si protrassero il 9 aprile. Ma come è stato possibile retrodatarle?

Prosegue Di Giesi: «Questo Ministero si interessò, tramite la locale capitaneria di porto, alle vicende legate all'affondamento del motopeschereccio Angelo Padre di Giulianova (Teramo), ma purtroppo non potè svolgere alcuna opera tesa all'ispezione del relitto ed al recupero delle salme dei pescatori che vi erano imbarcati, non consentendo il vigente codice della navigazione interventi del genere, ancorché permeati da così grande carica di motivi affettivi e dolorosi. Infatti, detto codice contempla da parte dell'Amministrazione marittima solo interventi di uffizio finalizzati, nel quadro dell'attività amministrativa e di polizia dei porti, al mantenimento di condizioni attuali di navigabilità e volti quindi alla rimozione di relitti delle imbarcazioni che costituiscono intralcio o pericolo alla navigazione, mentre al di fuori di tale tassativa ipotesi, l'autorità marittima può si procedere al recupero di navi sommerse, cioè del bene materiale, ma solo subordinatamente alla previsione del conseguimento di un utile risultato. D'altra parte, le misure intese alla salvaguardia delle persone, che nel contesto del codice assumono carattere prioritario come si evince dalla statuizione generalizzata degli articoli 489 e seguenti, si concretizzano essenzialmente nell'obbligo di soccorso posto dall'articolo 69, il quale da un lato concerne le operazioni di soccorso in senso tecnico, presupponenti cioé una situazione di pericolo ancora in atto e non comprendenti quindi quella successiva ed autonoma opera di ricerca di persone sicuramente non più in vita e dall'altro incombe non alla sola autorità marittima, ma a questa ed alte altre autorità che possono utilmente intervenire. A tali richiamate, obbiettive difficoltà ha ovviato la regione Abruzzo, il cui consiglio regionale ha approvato una apposita legge (legge regionale del 27 agosto 1982, n. 66) volta a fornire al comune di Giulianova i mezzi finanziari necessari per le operazioni di recupero delle salme dei marinai dell'Angelo Padre».

Testimonianza diretta - Racconta il comandante Cesare Ariozzi: «Il 5 aprile 1982 alle ore 10, il motopeschereccio "Ombretta", comandato da Del Monte Cosimo lasciò la banchina per iniziare la pesca. Direzione 70°, dall'ingresso del porto. Dopo aver percorso circa 24 miglia dalla costa iniziò le manovre per mettere la rete in mare. Come faceva solitamente, chiamò per radio l'Angelo Padre che doveva avere già iniziato la giornata di pesca, ma, con suo stupore, non ebbe alcuna risposta. Più tardi riprovò, ma ancora una volta senza esito. Alle ore 16, al traverso di Tortoreto, a circa 29 miglia dalla costa, la sua attenzione venne attratta da un salvagente anulare, ma poiché aveva iniziato a pescare ed essendo abbastanza lontano non si preoccupò di recuperarlo, pensando che fosse stato perduto da qualche peschereccio. Dopo poco tempo, mentre si trovava a circa 25 miglia, sempre al traverso di Tortoreto, vide in mare un altro anulare. Intanto tutte le imbarcazioni che erano uscite per la pesca cominciavano a chiedere notizie dell'Angelo Padre perché il suo silenzio radio era ormai un triste presagio. Scattò l'allarme e le autorità marittime iniziarono la ricerca. Il motopeschereccio "Picenia Prima" faceva sapere, via radio, che l'Angelo Padre, all'uscita dal porto, aveva rotta 90° e 45' ed aveva compiuto almeno tre ore di navigazione. Su questa notizia tutti i pescherecci cercarono di portarsi nella zona dove era stato avvistato l'ultima volta l'Angelo Padre per dare aiuto ai mezzi della capitaneria. Ma le ricerche non diedero alcun esito; ormai tutta la marineria giuliese era impegnata nelle operazioni per conoscere la sorte toccata all'equipaggio del peschereccio scomparso. La mattina del 10 aprile, verso le 6, alcuni pescherecci si erano disposti a ventaglio per ispezionare una maggiore superficie marittima, con l'aiuto di un rampino assicurato ad un cavo d'acciaio per sondare il fondale».

Dopo quattro ore di navigazione, Cesare Ariozzi, comandante del "Viviana", notò una macchia oleosa e decise di portarsi in quella direzione. Giunto in prossimità della stessa avvertì che il cavo faceva resistenza, perché evidentemente il rampino si era impigliato Arrestò quindi i motori e mise in tiro il cavo posizionandovi una boa, in modo da segnalare la posizione. D'altronde si accorse che dal fondo continuava a venire a galla della nafta, avendo con ciò la certezza che in quella zona doveva giacere il peschereccio. Avvisati via radio, si portarono sul luogo altri pescherecci che piazzarono altre boe per individuare bene la zona. Ormai era chiaro che l'Angelo Padre giaceva in fondo al mare, a circa 90 metri di profondità. L'emozione fra la gente del mare e in tutta la popolazione di Giulianova fu enorme. Si moltiplicavano le pressioni alle autorità per il recupero del relitto, nella speranza di riportare a terra i corpi dei poveri marinai. Finalmente la Regione Abruzzo mise a disposizione una somma sufficiente per avviare l'ispezione del relitto. Fu incaricata la ditta SSOS SUB SEA OIL SERVICE di Roma, specializzata in operazioni di questo tipo. Il 19 giugno un'imbarcazione della stessa società, con a bordo anche il comandante della capitaneria Domizio Scilli ed il delegato del comune di Giulianova Massimo Camponi, si portò sul luogo dell'affondamento. Un piccolo mezzo subacqueo si immerse, dotato di apparecchiatura fotografica, braccio aggancio e braccio manipolare. L’ispezione realizzata, documentata peraltro dal servizio fotografico confermò che il relitto era quello dell'Angelo Padre, ma dei corpi degli uomini di equipaggio non vi era alcuna traccia. Dall'analisi fotografica dei danni visibili sullo scafo si avanzò l'ipotesi di uno speronamento da parte di un'unità di notevoli dimensioni. Si trattava di un sommergibile nordamericano che giocava al gatto e la volpe contro gli omologhi sovietici. Il motopesca si sarebbe potuto recuperare agevolmente, ma in tal modo sarebbe emersa la dinamica del sinistro marittimo. Il Governo italiano bene al corrente dei fatti, ma succube della Casa Bianca, si guardò bene dal rivelare la terribile verità all'opinione pubblica. Nel 2006 la medesima sorte toccò al Rita Evelin di San Benedetto del Tronto.

Guerra fredda - Una linea di frontiera rovente dove in più di un'occasione si sono sfiorati incidenti nucleari. Nel 1978, in particolare negli ultimi mesi si registrò una consistente ondata di avvistamenti inspiegabili ai comuni mortali, attribuiti frettolosamente agli USO, sorta di Ufo del mare. Si registrarono una serie di fenomeni che determinarono problemi al traffico marittimo al largo della costa marchigiana ed abruzzese. Si trattava di segnalazioni diurne di colonne d'acqua emerse improvvisamente dal mare nelle vicinanze delle imbarcazioni; fenomeni luminosi notturni con “globi” di colore rosso-bianco che comparivano e scomparivano rapidamente; disturbi ai radar provocati da fenomeni elettromagnetici. Accame il 29 gennaio 1979 presentò una circostanziata interrogazione all'allora presidente del consiglio dei ministri Giulio Andreotti «per conoscere se è al corrente dello stato di allarme creato nelle popolazioni dell'Abruzzo e Marche a seguito del manifestarsi di fenomeni non scientificamente spiegabili notati anche da una motovedetta della marina militare; per conoscere inoltre quali provvedimenti intenda prendere per approfondire la natura dei fenomeni e tranquillizzare le popolazioni interessate». Si mossero le acque ma per intorbidarle di più: il Governo incaricò formalmente l'aeronautica militare italiana di seguire il fenomeno presso il 2° reparto dello Stato maggiore aeronautica. L'arma azzurra ha predisposto da allora centinaia di dossier classificati ed inaccessibili. Anche sul rapporto della motovedetta della guardia costiera incombe l'eterno segreto. Per comprendere appieno la caratura del personaggio: Andreotti (il delfino De Gasperi) è il politicante che nel 1972 consentì al Pentagono di installare all'isola di Santo Stefano, in Sardegna, una base di sommergibili a propulsione ed armamento nucleare; ovviamente senza una necessaria ratifica parlamentare. Allora, nel mare tricolore regna ancora e sempre Uncle Sam. E quei morti sul lavoro reclamano giustizia e una degna sepoltura, non altro.
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