Misteri 2012
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Messaggio Da Alaudae Mer 17 Nov - 23:32:46

Volare dall’America all’Europa in questi giorni è come essere sospesi sopra l’asse della paura. Quando sono partito da New York sabato sera, le prime pagine urlavano i «fallimenti» di Obama al G20 a Seul.
Gli opinionisti invece ruminavano sul declino dello strapotere Usa. Il continente che ho raggiunto poche ore dopo era in preda a ben altre convulsioni: la crisi economica irlandese e il rischio di contagio per altri Paesi di costituzione non proprio sanissima come la Spagna, il Portogallo e l’Italia. Il mondo non è più piatto, come disse Thomas Friedman nel suo bestseller di cinque anni fa. Il mondo della fine dell’anno 2010 è in bilico, spinto sull’orlo del baratro da un malessere economico che lega il vecchio e il nuovo continente. Le paure dell’America e dell’Europa sono simili - due blocchi commerciali che hanno vissuto al di sopra dei propri mezzi per anni (gli americani spendaccioni e gli europei assuefatti a sussidi statali) e che ora devono tirare la cinghia.
Ma l’America ha un problema in più: non è più in grado di dettare legge in materia economica e finanziaria ai suoi interlocutori sia ad Est che a Ovest. Il summit coreano è stata una dimostrazione d’impotenza per Obama e il segretario del Tesoro Tim Geithner, che sembra sempre più destinato a raggiungere milioni di americani sulle liste dei disoccupati. Più la Casa Bianca ha provato a spingere la Cina e l’Europa verso politiche che avrebbero aiutato la ripresa americana, più si è sentita dire di no da governi che non vogliono essere vassalli economici degli Usa. Quando il tandem Obama-Geithner ha chiesto alla Cina per l’ennesima volta, di rivalutare lo yuan, la risposta di Pechino è stata accusare Washington d’ipocrisia. Con che coraggio può il governo statunitense chiedere ai cinesi di smettere di intervenire per frenare l’apprezzamento della divisa quando la Federal Reserve sta spendendo 600 miliardi di dollari in misure che indeboliranno il dollaro? Un fedele alleato come la Germania ha rifiutato la proposta di Geithner per un limite sugli attivi della bilancia commerciale pari al 4 per cento del prodotto interno lordo di ogni nazione. E persino la Corea – che dipende da migliaia di soldati americani per proteggersi dalla dittatura brutale del Nord – ha usato un disaccordo sulle importazioni di manzo come pretesto per negare ad Obama la piccola vittoria di un patto sul libero scambio commerciale con gli Stati Uniti.
A Seul, Obama è stato sconfitto persino sulle bistecche. In altri tempi, proposte Usa per patti commerciali e per un armistizio nella guerra tra esportatori di beni e capitali come la Germania e la Cina e importatori come l’America e gran parte dell’Europa, sarebbero state approvate dagli sherpa ben prima del summit. Ma questi non sono altri tempi. Questi sono tempi in cui l’economia mondiale non si è ancora ripresa da un terremoto finanziario il cui epicentro non è stato nei Paesi in via di sviluppo, e nemmeno nella sconquassata, gaudente, Europa, ma nei condomini con piscina della Florida e del Nevada.
Nel mondo del dopo crisi, quando il Presidente americano fa la voce grossa, gli interlocutori non abbassano più lo sguardo ma anzi, gli rispondono che l’austerità economica deve iniziare da Washington.
Per quanto ne dicano i repubblicani – che parlano degli errori tattici di un Presidente spaesato e di un ministro delle Finanze inesperto – il problema di Obama e Geithner è di natura storica. L’implosione del sistema economico americano, evidenziata sia dalla crisi subprime sia dall’enorme deficit pubblico, ha neutralizzato il potere di persuasione dei governanti americani sulla scena internazionale. Per i superpoteri del gigante americano, l’anemia dell’economia domestica e lo stato pietoso delle finanze statali americane sono come la criptonite. Quando la Cina, la Germania e la Corea - ma anche la Francia e i Paesi emergenti dell’Asia – respingono le proposte americane non lo fanno (solo) per ripicca. Pechino e Berlino hanno buon gioco a scartare i piani made in Usa perché vi possono opporre un sistema di crescita economica che funziona, almeno per il momento. Perché smettere di tenere lo yuan artificialmente basso quando l’economia cinese cresce? Per avvicinarsi al «sogno americano» di un Paese sul filo della recessione e un cittadino su dieci senza lavoro? Obama e i suoi hanno ragione quando sostengono che il divario finanziario tra Paesi che esportano e prestano capitale e Paesi che importano e si indebitano non è sostenibile. La «guerra delle monete» delle ultime settimane è il sintomo di un malessere che potrebbe diventare più generale e diffuso nei mercati.
E il ritorno di fiamma del «carry trade», con investitori che prendono prestiti in Paesi a tassi bassi come l’America per investirli in economie e monete ad alta crescita tipo Cina e Brasile, è destinato a creare bolle inflazionistiche a lungo termine. Ma, per dirla con il grande economista John Maynard Keynes, «nel lungo termine saremo tutti morti», ovvero: quando i problemi sono gravi ed attuali è difficile pensare alle conseguenze delle soluzioni per generazioni future.
Forse la crisi irlandese sposterà l’attenzione dei mercati e dei media sull’Europa, lasciando gli Stati Uniti a ponderare il futuro della loro economia in pace. Ma gli uomini del Presidente con cui ho parlato non sperano nelle miserie altrui. Se c’è una «silver lining» – la proverbiale «striscia d’argento» che gli anglosassoni trovano in ogni nuvola nera – nella débâcle di Seul è che l’amministrazione americana potrebbe reagire agli schiaffi degli alleati con nuovo vigore. Dopo la sconfitta dei democratici nelle elezioni di mid-term e il fiasco del G20, Obama ha poco da perdere ed un’elezione da vincere a meno di due anni di distanza. Nell’ala Ovest della Casa Bianca, i suoi consiglieri parlano già di un nuovo programma con misure di stimolo per aiutare l’economia accompagnate da riforme strutturali, soprattutto tasse e pensioni, per ridurre il deficit. Spendere per stimolare la crescita e risparmiare per tornare in bilancio sono due obiettivi opposti e fino a quando non vedremo i dettagli del programma sarà difficile giudicare se il governo Obama può ottenerli entrambi.
Ma almeno il Presidente che ha fatto storia promettendo un cambiamento radicale nella politica americana sembra finalmente convinto che non fare nulla porti solo a sconfitte sulle bistecche.
Di Francesco Guerrera http://www.giorgiobongiovanni.it/messaggi-2010/2791-pericolose-svolte-e-scivoli-catastrofici-nella-politica-mondiale.html
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